Patelli. Opere dal 1961

12 marzo - 01 maggio 2004 | Trieste, Museo Civico Revoltella

a cura di D. Marangon

I più attenti forse si saranno accorti della presenza di una “c” nel logo del Museo Revoltella. Ma non si tratta del marchio di copyright, tutt'altro. Infatti la recente ristrutturazione del triestino Palazzo Gopcevich ha reso disponibili alla città nuovi spazi che sono stati intelligentemente dedicati all’arte contemporanea: proprio questo sta a significare l’appendice al logo. E dopo le opere dei triestini Manuela Sedmach, Antonio Sofianopulo, Mario Sillani Djerrahian, un’antologica di Daniel Spoerri, ora è la volta del sorprendente Paolo Patelli (Abbazia, Istria, 1934).
È del tutto casuale l’avvicinamento dell’artista alla pittura. Lasciata l’Istria nel 1947 si trasferisce con la famiglia in Veneto dove, dopo una laurea in chimica, si dedica alla ricerca universitaria. Ma “trascurando poesia e letteratura che erano i primari interessi” (come dice di sé in una nota biografica) sarà proprio l’arte a catturarlo. Stimolato dagli elementi più progressisti dell’ambiente veneziano, espone alla Galleria del Cavallino nel ’63. Sono questi gli anni di Saigne dans l’obscur e In my craft, or sullen art, lavori dai quali si evincono profonde consonanze con Kline e Francis, ma anche con l’informale italiano, seppure con un approccio più riflessivo e meditato. 
Le altre opere in mostra sono successive di trent’anni, quando ormai Patelli si dedica alla pittura dal suo studio-rifugio nella campagna veneta. Abbandonato l’uso classico dell’olio e della tela (in favore di acrilici di differenti formulazioni e supporti in legno), il colore si fa più materico ed istintuale. 
Tinte della stessa gamma cromatica sono accostate raffreddando il gesto pittorico con una delimitazione geometrica delle superfici, come ad esempio inVolato via, dove le tavole formano un anello quadrato blu da dipinto da colori metallizzati, o in Blue December, sorta di trittico costituito da due grosse tavole sormontate da una più esile di colore scuro. 
Ed è proprio utilizzando un’abbozzata disposizione a triliti, sommata ad una serie orizzontale di tavole dipinte, che realizza Stonehenge, di cui sono presenti anche i disegni preparatori.
Nelle opere dei tardi anni ’90 ricorre molto alle spatole e alle zone diffuse di colore come nei gialli e viola metallici di Ferito al cuore, in cui le quattro tavole quadrate sono montate assieme unite da una croce greca nera che sembra catturarne le linee di forza. La passione per assemblaggio delle tavole emerge anche nell’assorta Orpheus, Eurydice, Hermes in cui la tensione psicologica della parete che ospita le tre tavole sembra rendere necessario ancorarla al pavimento con dei cavalletti di legno. Dello stesso periodo l’enorme tavola Lo spazio di Jackson, che è disposta sul a terra sostenuta con delle ruote di legno. 
I lavori degli ultimi anni –se si eccettua Mano destra-mano sinistra– sono più aerei, con un fondo bianco e numerose ed isolate macchie/gocce/pennellate. È il caso di Endless summer (2004), ma soprattutto di Vorrei diventare Mirò (otto tavole accostate che ricordano molto Jackson Pollock), in cui la freschezza cromatica accarezza lo sguardo degli spettatori, dopo che un malizioso Diminuito è il potere delle parole, coperto di scritte messe al contrario, ne ha inevitabilmente spremuto l’attenzione.