Finzi. Patologia dell'espressione

12 febbraio - 27 marzo 2011 | Castelfranco - Teatro Accademico

a cura di D. Marangon e M. Beraldo

Alla fine degli anni 70 Ennio Finzi sembra perdere la bussola che fino a quel momento ha orientato la sua ricerca. Una pittura che all'inizio rende omaggio ai colori dell'Impressionismo. Alle alterate espressioni di Munch. Alle controllate libertà cromatiche di Léger. Che accetta e supera la rivoluzione aniconica di Kandinsky adottando nuove impronte timbriche suggerite dalla grammatica atonale di Arnold Schoenberg. Una pittura che convive benissimo con l'astrattismo geometrico e non disdegna la rigorosità spaziale di Lucio Fontana e il dripping di Pollock. Nelle sue opere l'esplodere dell'immaginazione cromatica non rischia la dispersione perché è contenuta da controllate strutture percettive, estromettendo modalità emotive e soggettive del dipingere. Ma tale approccio non è destinato a durare. Le antenne sensibili dell'artista sembrano vibrare in un'altra direzione. Capta altri mutamenti.  Nel 1978 Finzi entra in crisi. Cosa succede? Lo dice lui stesso in Cinquant'anni pittura raccontata. Sulla scena artistica irrompono la transavanguardia e la nuova figurazione. «La crisi significava non tanto il riflettere se tornare ad un possibile figurativo, che comunque non mi stimolava e non mi interessava. Ma di cercare ancora un senso in quello che avevo fato fino a quel tempo». L'impasse creativa dura due anni non facili. Tra sofferti ripensamenti e tentativi abortiti. Fino a quando prende in mano carta e matita per lasciar defluire il proprio malessere. 1981. Nascono le 43 grandi carte esposte nella rassegna di Castelfranco. Tutte volutamente senza titolo e tutte dello stesso formato. Opere che manifestano aspetti inediti di Finzi. Come se avesse introdotto nel suo fare pittorico un lessico nuovo in grado di allargare ampiamente quello precedente con l'inserimento della figura. Anche se non nella sua interezza. Immagini parziali che esaltano il particolare dell'occhio assimilabile al nucleo centrale del sole che ti osserva inesorabile. «Patologie dell'espressione» le definisce l'autore. Si va dal profilo di un volto racchiuso in una linea ininterrotta all'interno della quale fluttuanti neri azzurri rossi gialli sono appesi a fili sottilissimi dello stesso colore. Alle coinvolgenti facce accese tra espressionismo e fauve che trasudano sofferte fissità nello sguardo incupito, accostate a liquide macchie gocciolanti