DIS-Nascere

DIS-Nascere

9 ottobre - 9 dicembre | Venezia / Fondazione Bevilacqua La Masa

La Fondazione Bevilacqua La Masa testimonia per la prima volta con una mostra
personale l’operato di Elisabetta Di Maggio, ideale completamento di un lavoro murale
iniziato nel 2004 e lasciato incompleto per la nascita del figlio Andrea.
I lavori di Elisabetta Di Maggio sembrano a prima vista dei pattern decorativi. In effetti,
essendo partita soprattutto dal ricamo, la sua pratica si realizza muovendo da una
manualità molto precisa di vocazione femminile. Una delle sue prime opere importanti è
stato un corredo che simulava in carta ciò che le ragazze di un tempo facevano sulla
stoffa. Guardando con attenzione, si scopre però che non c'è nulla di romantico o di
specificamente muliebre nelle opere: sono spesso, anzi, portatrici di un senso duro della
vita, aspro, crudele.
L'artista generalmente trafora con una acribia da chirurgo fogli di carta velina, foglie di
vegetali piccoli o enormi, saponi e altre superfici, incluso l'intonaco. Operando con una
serie di bisturi passa ore a sezionare questi materiali, ottenendo una geografia disegnata
che allude a molti soggetti. Tutti pero' possono essere accomunati a un tema unitario, cioè
le forme che assume la vita nel suo dilatarsi e organizzarsi.
Ecco allora che troviamo, come temi e come trame sottostanti al ricamo, la maniera in cui
si espandono le radici di certi vegetali, il modo in cui si sviluppano le cellule dei tessuti
viventi, la maniera in cui si snodano varie tipologie di città con la loro rete di strade, circuiti
che ricordano quelli elettrici e che scopriamo, invece, essere il pattern che assume il volo
di una farfalla.
L'artista prende dunque i suoi soggetti dal mondo reale, partendo da illustrazioni
antropologiche, botaniche, urbanistiche e scientifiche in genere. In quest'ottica, anche il
richiamo a tappezzerie domestiche, decorate con rose o con fiori vari, diventano una
manifestazione di come opera la natura, in questo caso attraverso la manualità e il gusto
dell'uomo.
Dunque, nelle grandi superfici di carta, nelle configurazioni fatte di spilli, nei disegni
preparatori, in tutto il repertorio di Elisabetta Di Maggio, si ripete dunque il rito della vita e
del suo diffondersi ineluttabile, a volte lasciando morire i rami secchi, a volte lasciando
vivere e anzi esagerando la vitalità di rami collaterali.
L'opera complessiva assume dunque il sapore di una riflessione sul nostro stesso esistere
come parti di un tutto che tende a ripetere certe leggi di proliferazione frattale. La vita
umana vi si presenta fatta di poesia e di piacere, ma anche di pericolo, di costante
precarietà, di mancanza di pace. In questo senso l'artista scarnifica e rende scheletrica la
vita al punto da suggerire un senso di “disnascita”, di riconduzione a uno stato originario e
precosciente, di ossificazione dei processi esistenziali e quindi di raggelamento del
malessere. L'unico modo per lenire l'angoscia della lucidità su chi siamo e da dove
veniamo sembra essere quella dell'agire, dell'applicazione al fare come una forma di
meditazione e, al contempo, di anestesia.