Dell'arte immortale. Nuove generazioni

11 dicembre 2010 - 9 gennaio 2011 | Salò - Sala dei Provveditori

a cura di M. Riccioni e A. Ghirardi

Inizialmente l’idea fu quella di una rassegna dedicata ai “giovani” artisti emergenti, giovani appena approdati nel mondo dell’arte in seguito agli studi d’accademia. Il profilo dell’esposizione, dopo diverse discussioni su cosa meglio avrebbe accompagnato la mostra sulle nuove acquisizioni, si è poi concentrato sulle nuove generazioni, artisti già dichiarati dal mondo dell’arte contemporanea e che oggi, senza troppe presunzioni, rappresentano parte del meglio dell’arte nazionale. Il meglio inteso non come produzione ma come talento espressivo. Non è stata una selezione sul territorio nazionale. È stata semmai una selezione sui valori che dovrebbero, secondo ragioni anche antiche, caratterizzare la vita di un artista intesa come produzione di immagini capaci di far interagire il “creatore” con il pubblico. Per questo motivo la rassegna offre, in gran parte almeno, opere figurative. Un motivo su tutti è che agli artisti si è chiesto esplicitamente opere grafiche o opere ottenute attraverso un processo grafico legato al lapis, al carboncino, al pastello, alla china o anche l’acquerello. Tecniche grafiche che individuano una categoria di artisti rivolti ancora allo studio della forma. Difficile pensare ad una generazione di artisti d’avanguardia legati al disegno. In un secolo in cui il gesto ha sicuramente prevalso su una capacità d’interpretare la realtà, qualora esistesse una realtà assoluta rappresentabile, diviene complicato procedere alla ricerca di un ordine e di una comprensione generale della forma. Intendo dire che il gusto, non nella moda che impone e non concede una scelta, oggi si è stravolto in funzione di una produzione che spesse volte non è comprensibile dal pubblico. Non è questa una denuncia o una critica aperta a tanto di ciò che il Novecento ha prodotto, certo è che oggi, e lo dico anche da insegnate, il ruolo di un’arte al “vero” potrebbe realmente conciliare il pubblico con gli ambienti in cui l’arte è celebrata. Tra l’esposizione storica, di artisti storici, e questa inerente le nuove generazioni, sussiste un unico luogo comune che vive proprio nel disegno. Un disegno concepito non come studio preparatorio ma come opera finita, un lavoro che non preannuncia, spesso, l’elaborazione con altre tecniche dello stesso soggetto. Chi si occupa di disegno, di grafica in generale, presuppone nel segno una coscienza dell’essere. Significa che il segno grafico rappresenta l’evoluzione della forma che dovrà poi compiersi. Ecco il motivo per il quale diverse correnti contemporanee hanno escluso il disegno dalla produzione della forma finita. Il pensiero si genera intorno ad un segno e si concretizza, solo col tempo, attraverso l’immagine riconosciuta. Inseguire le nuove generazioni cercando in loro il talento del saper disegnare non esclude il fatto che chi non disegni sia un artista. Formule diverse, valori comuni, funzioni opposte, obiettivi identici. L’ironia è che chi dipinge o disegna non comprende appieno chi non lo faccia. A volte si intende dell’arte la tecnica ma non l’efficacia comunicativa. Questo il grande muro che il Novecento ha cercato di abbattere nella considerazione che nello stesso tempo in cui disegno un animale ne potrei produrre decine con lo stesso proposito comunicativo. Dell’arte immortale vuole forse intendere cosa ci sia, nell’arte, di realmente immortale. Al pubblico l’idea e la possibilità di comparare sostanze diverse ma valori comuni, visioni opposte con principi di comunicazione identici. Marcello Riccioni