Barbaro. Opere 1948-1998

20 dicembre - 17 gennaio 1998 | Treviso, Casa dei Carraresi

a cura di M. Goldin

C'è un tempo, appena dopo la metà degli anni sessanta, in cui la pittura di Barbaro muta, e pare distendersientro la misura di un canto forse più libe ro.Chissà, il segno di unamore, di unaliberazione, di un'ansia per un mo mento placata. Voglio dire del paesaggio, della natura, di come si modifichi la sua impressione sulla tela, di come sia, per la prima volta, ricerca di spa zi, e il colore non copra ma si distenda. Barbaro aveva cominciato nei pressi di Gino Rossi, tra il 1947 e il 1948 (ma questo non è un saggio su tutta l'opera, solo un tentativo di far capire, prima di tutto a me stesso, come cambi in lui la descrizione della natura, e perché si attui, giunti a un certo momento, questa deviazione così eviden­te) . Sono piccoli quadri devotissimi, omaggi quasi, teche benedette in cui sta contenuto l'oggetto proprio della devozione. Con l'effetto di una luci datura, di un colore smaltato, delle bellissime ceramiche del nord della Francia. E il senso di una colatura perenne, un fiume invisibile che dilaga e non trova ostacoli. L'acqua della Laguna prima, poi quella del mare di Bretagna. L'orizzonte si schiaccia sull'immagine, o resta tutto fiorito in al cune apparizioni veneziane tra il 1949 e il 1951. È una pittura nuova, di segmenti e filamenti, che ritaglia angoli di giardini all'Excelsior o a Torcello o ai limiti di una piccola darsena protetta. Lontana appare la tradizione dell'arte veneta più consolidata, e anche quel neo-vedutismo che aveva attecchito, con sede a Burano, già nei decenni tra le due guerre, e che in quello stesso periodo sfornava altre prove molto spesso stanche e quasi mai autentiche. Una declinazione invece francese animava il lavoro di Bar baro, che i lunghi soggiorni Oltralpe, a partire dal 1953, nutriranno in ma niera definitiva e stringente.
Ne risulteranno quadri in cui si accentua sempre più il desiderio di raccontare, di non lasciare che il silenzio cada e avvolga lo spazio creato. Parigi con i suoi quartieri, la Senna, Douarnenez, la Bretagna: tutto vibra nella distinta scansione delle case, delle acque, delle vie deserte sotto il cielo grigio dell'autunno. I colori si sommano, e la felicità della primavera in Laguna, solo dopo poco, diventa la cenere impastata con la pioggia, la nebbia delle periferie con il fumo delle ciminiere. La pittura di Barba ro si misura con questo tono claustrale, meditativo, affogato nelle brume del Nord. La materia s'increspa, come l'onda che si frange in Bretagna, scura, nelle giornate ventose di novembre. Solo di tanto in tanto, quando Barbaro riprende a dipingere a Venezia, il colore ritorna ad accender si, ma appena appena, perché trascorre sopra di lui, e dentro, la stagio ne delle luci più brevi.
È già al principio del decennio successivo che qualcosa accade di nuovo in questo lavoro. Si potrebbe dire come il viaggio di Matisse, o prima di Van Gogh, o la traversata di Gauguin, o la visita di Klee, di Macke. O ancora Cé zanne, dopo Bonnard, quindi de Staël. Un albero di arance, un paese rosso in terra di Spagna sotto un cielo immoto. Si rompono gli orizzonti, rotti anche gli argini dell'azzurro. Del 1962 è un lungo viaggio proprio in Spagna, del 1964 e 1965 i primi soggiorni nell'Africa del Nord. Nel gennaio del 1967 parte per il Marocco, rimanendovi sino alla fine dell'estate. Adesso, con ostinazione e amore, con tenerezza e passione, comincia per Saverio Barbaro il tempo africano.
Non sarei capace di dire, e non è mio compito, l'impatto del pittore con la realtà musulmana. Intendo con gli usi e i costumi di gente diversa. Invece, l'adesione felice, sconvolgente, alla dilatazione immensa dello spazio, alla sua dispersione, al suo essere tessuto di solo colore, di puro colore. Comincia subito, Barbaro, in quel 1967, a mostrare come nella pittura tutto sia cambiato. Il coraggio di dipingere, senza mediazioni, con l'azzardo del la poesia. D'improvviso, annunciato da niente se non dal suo stesso spostamento geografico, egli s'immerge nel colore fino a scomparire, facendo nascere certe tarsie matissiane che stordiscono nel loro effetto sinestetico. Colore che profuma, scosso dalla luce della sera, di un tramonto senza fine che riverbera.
Barbaro avanza, non ha più paura. Evidente consanguineità tra il suo esse re e quei luoghi nuovi. L'orizzonte non esiste, il cielo sta a perdita d'occhio tra chi guarda tutto l'immenso della terra e la sabbia, le dune, la fila dei pal meti. Il quadro è un caleidoscopio, la lente d'ingrandimento, una terrazza sul mondo. Forse Barbaro non ha mai dipinto quadri così belli, e veri e intensi, come quelli che hanno segnato i suoi primi anni africani. Per il sen so di una scoperta, di una fascinazione, di una magia. Per la certezza che un miraggio, davvero, potesse cogliere il viandante, e quel miraggio diventare il tesoro della pittura.
Forse per questo i paesaggi tra la fine degli anni sessanta e il principio dei settanta, perdono subito il loro aspetto di descrizione naturalistica, e sono, invece, quanto di più anti-naturalistico si possa concepire. Non sono più descrizione, non più risultato solo del vedere ma della visione e del sogno insieme, della regola e del desiderio. Sabbie rosa, strade azzurre, palme gialle color del sole. Barbaro attinge quei vertici di astrazione con il colore che erano stati la caratteristica dei cicli a fresco giotteschi. Un grande quadro del 1976 è in questo senso l'esempio più alto. Un albero tutto fiorito di bianco e rosa sta piantato, sospeso e miracolosamente in equilibrio, su una strada azzurra che non è acqua, non è fiume, non è più l'oceano Atlantico in Bretagna. È ciò che non sappiamo, è la magia della vita, la semplicità e golosità del tempo, la consapevolezza e lo smemorarsi. È la notte prima che si annunci, un fuoco acceso in un povero villaggio di pastori. Quella strada azzurra viene da dove non si sa e va dove non si sa; a tutto e a nulla conduce, è il pieno e il vuoto, il silenzio che su ogni cosa domina.
Barbaro fa dunque la pittura come un evento; ciò che nomina nemmeno più le cose, ma soltanto ormai la luce, il colore. Questa pittura è diventata essenza, fiato sottile, svelata in trasparenza, misteriosa perché poggiata solo sull'intonazione che fa il tempo. Eppure mai spiegato, senza parole, unica mente con il verso del vento nell'oasi prima di notte. In quel paese dove fiorisce la luna sopra le dune e i mandorli, e perdersi non è un'avventura ma lo spaurirsi dell'uomo tra confini, chissà se esistenti, troppo lontani tra lo ro per essere conosciuti.