Jorrit Tornquist

Jorrit Tornquist è nato a Graz, in Austria, il 26 marzo del 1938. Nella città natale, nel1956 si è iscritto all'università frequentando i corsi di Biologia, passando due anni dopo al Politecnico per studiare Architettura. Nel 1959, ventunenne, iniziava la sua ricerca artistica scientificamente incentrata tutta sul colore, sulle relative modalità di percezione visiva e le possibilità espressive, pur tenendo saldo il dato estetico. Nel 1964 decideva di stabilirsi definitivamente in Italia (otterrà la cittadinanza nel 1992, mantenendo comunque l’austriaca) senza interrompere i contatti con Graz che in quegli anni era diventata il centro culturale più important e dell'Austria, in cui maturarono nuovi fermenti, scaturiti dal bisogno di riflettere realtà secondo una visione aperta verso il futuro, e che nel fare arte favorirono la formulazione di linguaggi inediti. Qui, già nel 1966 ha realizzato, per la Caffetteria dell' Università Cattolica, il suo primo color-project architettonico a destinazione pubblica; nello stesso anno è entrato a far parte del Forum Stadlpark (la principale istituzione che dal1958 animava la vita culturale della città stiriana, e raccoglieva artisti, letterati, architetti). Nel1967, sempre a Graz, venne invitato alla rassegna Trigon, curata da Wilfried Skreiner, riservata alle nuove proposte di artisti austriaci, italiani e jugoslavi (commissario per l'Italia era Umbro Apollonio e per la Jugoslavia Zoran Krzisnik). E qui, nello stesso anno, è stato tra i fondatori dei gruppi Ricerche su griglie di impulsi, Austria. Nel frattempo un primo riconoscimento gli era arrivato nel 1966 con l'assegnazione del Premio Wittmann a Vìenna.

I dipinti del suo primo periodo presentavano forme di derivazione geometrica, spesso elaborate con rimandi al suprematismo di Malevic. Fu dopo un'incursione nell'informale, con opere di rilevante matericità, che la sua ricerca andò assestandosi nel corso del 1964 su approfondite sperimentazioni dei parametri di valutazione dei colori primari (rosso-giallo-blu), e sull'analisi degli effetti di complementarietà, sia per accostamento sia per sovrapposizione. Ne risultarono costruzioni geometriche dai contrasti brillanti, elaborate secondo schemi logici, varie, ma coerenti. Dal 1966 tali sperimentazioni si arricchirono della componente tridimensionale, in particolare con la realizzazione di Colonne, strutturate da moduli colorati, poi di pannelli con elementi aggettanti e di gabbie modulari in metallo denominate Xyz . Allo scadere del decennio la tavolozza timbrica si allargava spostando nei primi anni Settanta la grammatica del colore dalla saturazione alla sfumatura, ovvero orientandosi verso una sintesi tonale sviluppata in composizioni che al primo impatto sembrano dei monocrorni - dal colore freddo, caldo o neutro – ma a ben guardare sono invece costituite da riquadri di materia magrissima colorati con variant così sottili che l'occhio le percepisce appena, da cui l'impressione della tinta unita; di fatto l'esito finale che si ripresenterà nelle opere future - fu di trasformare il colore in un generatore di luce.

Da qui il percorso si è sviluppato in una full-immersion in quella ricerca che ha caratterizzato tutta la sua carriera, facendo allora di lui un anticipatore della futura figura professionale di color-designer. Su tale nuovo orientamento applicato all'architettura, nel 1972 a Milano dava vita al gruppo di lavoro Team-colore. Intanto, cogliendo le pulsioni di quanto gli accadeva intorno, nel 1973 a Tokyo diventava membro del Colour Center e nel 1977 a Milano partecipava alla fondazione del movimento internazionale multidisciplinare Surya (sole in sanscrito) insieme ad altri sette intellettuali e all'ideatore Hsiao Chin, pittore cinese attivo dal 1959 nella città meneghina, inserito nell'ambiente di Lucio Fontana e della Galleria Azimut (aperta e gestita da Piero Manzoni ed Enrico Castellani). Riconosciuto quale conoscitore e interprete delle più avanzate tecniche d'uso del colore e delle implicazioni psicologiche che esso può avere, applicato a spazi abitativi, in rapporto all'ambiente, nel 1979 riceveva l'incarico di colorista per il Piano Regolatore della città di Torino. Sul versante pittorico, verso il 1980 la pennellata riprendeva corposità nel creare delle texture vigorose e molto materiche, fatte di campiture compatte rese vibratili da un andamento ondoso chiaroscurale, che coprivano tutta la tela salvo rarefarsi in un angolo in basso prendendo altre tonalità, così generando uno squarcio di luce improvvisa. La sperimentazione si estese anche all'utilizzo della carta, spiegazzandola o modellandola, e in altri artifici. Si trattava di interpretazioni più spigliate dell'elemento cromatico, e tuttavia non deviate, né incoerenti rispetto alle proposte precedenti, bensì più mirate sull'indagine psicoemotiva dell'insieme dell'opera. Erano esperienze che segnavano il passaggio allo studio del rapporto luce-ombra, indagato in parallelo nella nuova versione delle Colonne ora denominate Stele. Le esplorazioni di quel decennio proseguirono con l'adozione di materiali differenti per investigare le diverse possibilità di assorbimento e di rifrazione della luce, allo scopo di creare strutture cromatiche variabili. In questa fase è giunta l'idea di sostituire la tela con la stoffa per avere luminosità più liriche e per ottenere più sottili vibrazioni di luce attraverso il colore.

Poliedrico nel suo proporsi, dal 1980 iniziava un'intensa attività didattica: all'Istituto Europeo del Design a Milano, alla Facoltà di Architettura dell'Università di Graz, all'Accademia Carrara di Bergamo e al Politecnico di Milano presso la Facoltà di Disegno Industriale, portando il frutto delle sue ricerche. Gli anni Novanta furono caratterizzati dal rendere plastica la tela, increspandola totalmente in modo tale che il supporto stesso diventasse materia che si aggregava per creare con la pittura luminosità in un gioco finissimo di luci e ombre. Era il preludio a quella che sarebbe diventata la sua cifra futura, ovvero dilatare la tela per panneggiarla in un certo punto, preferibilmente lungo l'asse centrale, oppure drappeggiarla mettendo a nudo una porzione di telaio, così accrescendo il valore dell'opera con lo spazio esterno ad essa; ed è nelle pieghe in cui il colore si concentra, nel cui garbato rigonfiarsi si accentra la forma, che va a situarsi il punto vitale dell'opera; ancora una volta il colore-luce è l'energia dinamica di tutta l'immagine. L'intera produzione, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai nostri giorni, si presenta con un notevole variare di proposte, ma è evidente che l'artista non ha mai ricercato uno stile, essendo il suo obiettivo la sperimentazione delle possibilità linguistiche del colore.

Il 1995 è l'anno in cui è entrato a far parte del comitato scientifico del Laboratorio di colore del Politecnico di Milano (Facoltà di Architettura, corso di laurea in Disegno Industriale) e ha aperto lo studio Color & Surface, attivo tra Barcellona-Milano-Vìenna, che si occupa a tutt'oggi di progetti cromatici pubblici e privati. Nella pluridecennale e intensa attività di color-designer ha avuto molte committenze pubbliche (asili nido, case di riposo, ospedali, municipi, scuole, case popolari, impianti industriali, ponti, sovrappassi pedonali, arredi urbani) e private (abitazioni, alberghi, negozi, gallerie, stand) che ha assolto nella piena considerazione dell'habitat circostante. Operando nel convincimento che il colore è "Una frequenza elettromagnetica che si unisce al rumore di fondo di un luogo e in quanto tale, colto dai nostri sensi, interferisce sul nostro stato d'animo", ha coniugato la tecnologia alla sensibilità, elaborando una propria teoria del colore in cui il valore struttutale-cromatico va a coniugarsi con il valore sensitivo-affettivo (l'ultima pubblicazione è del 1998, Colore e luce. Teoria e pratica). Dei tanti color-project, per cogliere l'importanza di suoi interventi sono da ricordarne in particolare due di essi: il Progetto Giotto del 1985-1988, per una casa di riposo a Graz, dove i corridoi di un ex ospedale sono stati acutamente trasformati in stradine inserendo facciate di casette dai colori confortanti che li costeggiano in modo da dare la sensazione all'anziano di abitare in una piccola via urbana illuminata e di non sentirsi isolato dal resto del mondo; e il termovalorizzatore di Brescia del 1996, che ha vinto il primo premio Wtert 2006 lndustry Award della Columbia University di New York, e che appare come una vera e propria scultura, alta più di 120 metri, per la quale ha studiato un'armonia di colori perfettamente integrata con il paesaggio circostante.

A questo proposito vale la pena osservare che tutta la sua ricerca, volta a sviscerare anatomicamente il colore in ogni sua possibilità, non può prescindere da un'osservazione attenta della natura e da una passione per essa. Un riconoscimento del suo lavoro gli arrivava nel 1998 con la nomina a direttore scientifico dell'Istituto del Colore di Milano. La sua attività espositiva, di artista-scienziato del colore, è cospicua, con la presenza in oltre trecento mostre. Sue opere sono state acquisite in numerosi musei d'Europa, Giappone, Sud e Nord America.